Interventi e interviste
2006 - Interventi - Sottosegretario Marcella Lucidi (17.05.2006-08.05.2008)
05.12.2006
Formare nei Paesi d’origine per integrare in Italia
Le nuove sfide della Dante AlighieriLe grandi migrazioni sono il segno del nostro tempo, raccontano di un mondo diviso da grandi disparità, da miserie immense, da dolorosi conflitti.
Un mondo globalizzato, sempre più interdipendente, che mette in discussione modelli di convivenza, che minaccia scontri di civiltà, che sembra ritrovarsi solo intorno ad un’idea “solitarista” dell’indentità umana.
Un mondo segnato sempre più dalle ragioni del mercato e del profitto, sempre meno da quelle della solidarietà e della giustizia.
Ma un mondo nel quale, paradossalmente allo stesso tempo, si aprono enormi opportunità di crescita, di progresso, di emancipazione di interi popoli, di diffusione di benessere, di nuovi saperi, di cultura.
Questi immensi flussi di umanità che affidano il loro destino al viaggio della speranza – nel 2005 sono state 191 milioni le persone che hanno abbandonato il loro Paese di origine – possono essere lo straordinario veicolo di una grande minaccia o di una grande opportunità.
E’ dalla risposta che sapremo dare a questa alternativa che dipenderà tanto del nostro futuro.
Il governo che sapremo dare ai flussi migratori ci aiuterà a disegnare il volto delle nostre società future. Abbiamo di fronte la grande sfida di ripensare i nostri modelli di convivenza, di immaginare società capaci di vivere un nuovo pluralismo culturale, come comprensione profonda della ricchezza e della complessità dell’identità umana.
Il lavoro della Società Dante Alighieri, realizzato in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e il Ministero della Solidarietà Sociale, ha molto a che vedere con queste sfide.
L’opera di dialogo culturale, di formazione linguistica dei migranti, di diffusione del patrimonio di saperi del nostro Paese nel mondo, è il terreno privilegiato per preparare l’Italia ad essere sempre più una società aperta, ospitale, capace di cogliere a pieno le potenzialità dell’immigrazione senza paure o chiusure protezionistiche, perché capace di affermare e far vivere quotidianamente la sua identità e il suo patrimonio culturale, senza vederli minacciati dal confronto con gli altri.
In questo lavoro, di cui oggi si presenta con questa pubblicazione un’importante testimonianza, si rintracciano due dei principi essenziali che muovono il nuovo Governo in materia di immigrazione:
- l’impegno a costruire un nuovo modello di cittadinanza in Italia;
- la sfida di tenere insieme migrazione e sviluppo non solo per i Paesi di destinazione, ma anche per quelli di origine.
Dedicarsi a progetti di formazione nei paesi di origine, d’altronde significa esattamente questo: preparare nel migliore dei modi il terreno all’effettiva integrazione linguistica e sociale degli immigrati in Italia; ma al contempo significa portare da subito nei paesi di origine saperi, cultura, nuove competenze, che possono e devono sedimentarsi lì.
Bisogna valorizzare una dimensione circolare della migrazione dove alla crescita socio-economica dei paesi di destinazione corrisponda lo sviluppo anche dei paesi di partenza e di transito. Le Nazioni Unite hanno più volte lanciato un monito in questa direzione, per scongiurare il rischio del “brain drain”, per evitare che la migrazione della manodopera qualificata, della migliore forza lavoro, gravi pesantemente sullo sviluppo dei paesi di partenza.
Così come la creazione di percorsi di formazione per i futuri migranti può costituire una modalità di ingresso da valorizzare secondo accordi a livello bilaterale, in una logica circolare della quale possa beneficiare anche il paese di origine.
In questa direzione, il Governo sta operando per affermare una nuova politica strategica in materia di immigrazione, che favorisca i percorsi legali di ingresso e di permanenza; che promuova una più forte cooperazione euro-mediterranea; che definisca un nuovo modello di coesione e di integrazione.
In questi mesi stiamo compiendo una grande campagna di ascolto e di confronto con le parti sociali, le associazioni, le organizzazioni che operano nel settore, per definire una riforma del Testo Unico sull’Immigrazione, che intendiamo varare all’inizio del prossimo anno.
Accanto a questo lavoro, il Governo ha già presentato, da alcuni mesi, una proposta di riforma della cittadinanza. All’idea tradizionale della discendenza, del legame di sangue, quel testo affianca una concezione più dinamica, più inclusiva, che intende cogliere l’effettivo inserimento della persona nel tessuto economico, sociale, politico del nostro Paese. In un tempo in cui l’immigrazione sta modificando il tessuto connettivo della nostra società, questa proposta di riforma considera la domanda di appartenenza alla comunità che proviene da molti immigrati che nascono, crescono, vogliono rimanere regolarmente in Italia.
Ma perché questo accada occorre che il riconoscimento formale della cittadinanza coincida con una sostanziale condivisione delle regole e dei principi che consentono di stare insieme.
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha detto che si è nella nostra comunità, se si riconosce la sua carta fondamentale, la Costituzione. In questo senso, allora, la cittadinanza non dipende più soltanto dal tempo di permanenza nel territorio dello Stato, ma anche dal percorso che ciascuno svolge per assumere quel complesso di libertà, di diritti e di doveri essenziali che stanno alla base della nostra democrazia. Il disegno di legge del Governo va in questa direzione. Gioverebbe di più se la politica si fermasse a ragionare sui contenuti della “verifica della reale integrazione linguistica e sociale”, del “giuramento” che il testo richiede. Come gioverebbe che quei contenuti animassero un dibattito nella società, al quale le comunità di immigrati decidessero di non rimanere estranee.
Non vi è dubbio che, in questa direzione, il contributo che viene dall’esperienza della Società Dante Alighieri e dai progetti che oggi vengono illustrati, è davvero prezioso, nel realizzare concretamente esperienze di vera integrazione, di condivisione del nostro patrimonio culturale e della nostra lingua con i “nuovi italiani”.
Per questa ragione, giunge dal Governo un forte incoraggiamento nel proseguire esperienze di formazione nei Paesi di origine, ai quali guardiamo con interesse e attenzione per il futuro, con la speranza e l’impegno di operare per sostenerli, anche finanziariamente, con maggiore convinzione, destinando a tale finalità parte delle risorse disponibili del Fondo europeo per l’integrazione.
Aiuterà, a tal fine, l’impegno italiano di questi mesi nel reclamare una politica comune dell’Unione Europea in materia di immigrazione, di governo dei flussi migratori sulle rotte internazionali, di cooperazione allo sviluppo dei Paesi di origine, di maggiore integrazione politica ed economica del bacino del Mediterraneo.






