Interventi e interviste
2006 - Interventi - Sottosegretario Marcella Lucidi (17.05.2006-08.05.2008)
07.12.2006
Colloquio sulle Migrazioni
Pontificia Università Gregoriana – Sala Matteo RicciGrazie per avermi invitato a questo confronto di stamattina, che con una decisione intelligente avete intitolato “colloquio”: non sempre quando si parla di migrazioni e di immigrazione il clima è così sereno. Molto spesso la politica dimentica del tutto la dimensione del “colloquio”, mentre credo che colloquiare sulle migrazioni significa aver capito che ci troviamo davanti ad una dinamica grande, importante, epocale, straordinaria, della quale abbiamo il dovere di comprendere il senso, le dinamiche e il significato.
Colloquiare sulle migrazioni implica - in fondo - raccogliere l’invito che faceva la Caritas nella presentazione del suo XVI Dossier annuale, in cui invitava la politica a uscire dalla logica dell’alternanza.
Colloquiare sulle migrazioni significa capire che - in questo tempo che viviamo - l’umanità è giunta al confronto con se stessa.
Prima, forse, eravamo abituati a distinguerci attraverso i confini, le differenze religiose, etniche, culturali, linguistiche, sociali, economiche. Oggi è come se questi confini non ci fossero più. In qualche modo la globalizzazione ha cancellato persino i confini tra gli stati: prova ne è il fatto che ciascun paese ragiona continuamente in merito alle regole che deve porre per stabilire l’ingresso, o la permanenza, o l’uscita dal proprio territorio. Questo si coniuga col dato, anch’esso straordinario, fornito da Kofi Annan riguardo alle migrazioni mondiali: 191 milioni di persone nel 2005 hanno lasciato il loro paese d’origine per andare a vivere in un’altra terra. Le motivazioni sono molteplici, ma il dato di fatto è che un numero enorme di persone ha cambiato il proprio orizzonte di riferimento.
Globale e locale stanno diventando in qualche modo un unico luogo in cui si fa esperienza di umanità, un luogo comune delle differenze. Rispetto a questo, credo sia davvero utile colloquiare, cercare insieme di capire come arriviamo a questo nuovo appuntamento, come gestiamo quel paniere di valori, di principi, di strumenti che abbiamo a disposizione.
Questo equivale anche a interrogarsi su cosa intendiamo quando si parla di uguaglianza, di libertà, di solidarietà, di laicità dello Stato: ciò non significa rinunciare a qualcosa, ma piuttosto continuare il percorso intrapreso. Stiamo ricollocando ciò che abbiamo finora elaborato in una dimensione completamente nuova. In questo clima, è necessario sperimentare davvero cosa significhi in concreto vivere in un luogo comune delle differenze. Qui c’è la grande sfida della politica, di una politica che dovrebbe abituarsi di più a colloquiare, a leggere la realtà, a governare il fenomeno e quindi non a difendersi da ciò che accade, pensando di chiudere la porta mentre i problemi continuano a passare dal buco della serratura. È necessario governare queste differenze nella direzione di una possibile convivenza, prevedere le modalità di una loro coesistenza.
Rispetto a ciò, è chiaro che ci sono una serie di impegni che in questo momento interessano e sollecitano il governo. La prima questione da ricordare in questa sede è quella dell’asilo, un tema sul quale stiamo lavorando e su cui abbiamo anche costruito un tavolo di confronto.
Nel nostro paese c’è l’esperienza significativa di una rete di associazioni che garantisce il coordinamento tra le realtà impegnate in questo settore, ma offre anche un sostegno concreto in materia di immigrazione. Questa è una risorsa straordinaria che la politica e il governo hanno a disposizione. È evidente che questa rete si deve rafforzare, deve crescere perché l’obiettivo è non ignorare le difficoltà, le trappole, ma parlarne. Solo così potremmo impedire che le paure prendano il sopravvento. La paura emerge nel colloquio come una dimensione alla quale rapportarsi coscientemente.
L’impegno per una legge sull’asilo è necessario per dare finalmente organicità agli interventi che il nostro paese può offrire a quella parte di immigrazione che non è dettata da ragioni economiche, ma da una sorta di avversità che la terra d’origine manifesta alla persona. In queste condizioni, la persona è forzata a cercare accoglienza altrove e deve essere pertanto riconosciuto un diritto d’asilo che preveda una presa in carico da parte del paese che accoglie.
Oggi l’accoglienza organizzata dai comuni è un sistema affaticato, che noi dobbiamo sostenere. Gli enti locali si fanno molto carico dei soggetti più vulnerabili dell’immigrazione: penso ad esempio ai minori stranieri non accompagnati. La definizione stessa rivela quante vulnerabilità hanno questi bambini: sono minori stranieri non accompagnati e spesso richiedenti asilo, cioè quattro volte vulnerabili, quattro volte da tutelare e da accogliere. Ciò non può che avvenire all’interno di una prospettiva complessiva, di un progetto ampio sull’immigrazione: se la si vuole governare, bisogna in ogni modo favorire percorsi regolari, attraverso una legge sull’immigrazione che non sia più figlia dell’emergenza, che non sia più il prodotto della paura e dell’istinto a difendersi.
La legge sull’immigrazione deve necessariamente guardare avanti, considerare non solo l’immigrazione stanziale, ma anche quella circolare. In una società globale noi dobbiamo favorire i percorsi attraverso il nostro pianeta, senza vederci come una fortezza sotto assedio: la sinergia che si sta creando va necessariamente favorita.
Per concludere, consentitemi una riflessione su due termini emersi in questo dibattito: “riconoscimento” e “riconoscenza”, due concetti che hanno a che fare con l’idea di bello che citava Lerner. Il riconoscimento è esattamente ciò di cui c’è bisogno nel governo dell’ immigrazione. La nostra è purtroppo una società stanca del riconoscimento, che è la capacità di guardare la realtà quotidianamente cogliendone gli aspetti uguali e ciò che cambia. Io colgo questo aspetto nella mia esperienza di genitore: a volte è esasperante quando il bimbo chiede continuamente di raccontargli la stessa storia, ma lui in quella storia cerca il riconoscimento. In fondo non è vero che quella storia è sempre uguale a se stessa: anche il modo di raccontarla di un adulto cambia di volta in volta. Il riconoscimento consiste nel guardare la realtà senza pensare che essa sia definita una volta per tutte: in altri termini, essere capaci di sviluppare quella curiosità che hanno i bambini rispetto alla realtà. Questo porta inevitabilmente ad un’altra dimensione, che è quella della riconoscenza: nel momento in cui ci rendiamo conto che la realtà non è statica, ma cambia e per questo ci cambia, ci modifica, è evidente che si sviluppi un sentimento di riconoscenza. Io sono riconoscente alla donna immigrata che vive in casa con me e che non posso più permettermi di chiamare straniera, perché si prende cura di mio figlio, condivide la mia vita, ha le chiavi di casa, conosce tutti i segreti e i tempi della mia famiglia: sono riconoscente perché riconoscendo lei e la sua presenza non posso che esserle anche grata.
Nei suoi 25 anni di vita il Centro Astalli ha avviato un’esperienza di “riconoscimento” della realtà che ci circonda, una realtà in mutamento che ha mostrato nuove povertà, nuovi bisogni e che, in sostanza, è la nuova scommessa per l’umanità. Per questi 25 anni proviamo riconoscenza, una gratitudine davvero sincera, forte e serena, come è stato l’incontro di questa mattina. Grazie.
Prisciandaro: Abbiamo ricordato che il Centro Astalli lavora in rete con le istituzioni soprattutto a livello locale, quindi mi sembra doveroso chiamare per un saluto Raffaela Milano, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma.
Milano: Grazie, ci tenevo a fare solo un saluto, ma credo che sia doveroso anche un ringraziamento da parte dell’amministrazione comunale di Roma per questi 25 anni di lavoro. Un grazie da un lato per ciò che il Centro Astalli ha significato per quei circa 10 mila rifugiati e richiedenti asilo che ogni anno arrivano a Roma e che il Centro Astalli va a cercare nelle pieghe più dolorose della città di Roma per cercare di accompagnarli verso la costruzione di un nuovo futuro. Ma anche un grazie da parte della comunità cittadina di Roma per il lavoro di testimonianza sui diritti umani che il Centro Astalli realizza nella nostra città.
Penso agli incontri nelle scuole, penso ai tanti luoghi in cui Centro Astalli dà voce ai rifugiati. Voglio ricordare solo un episodio, quando abbiamo affrontato insieme il problema di quel luogo che divenne famoso con il nome di “Hotel Africa”, una situazione drammatica, dei capannoni alla Stazione Tiburtina pieni di persone richiedenti asilo e rifugiati. In occasione del primo incontro che facemmo lì, con una comunità del Sudan che viveva in situazioni completamente incompatibili con il fatto di vivere a Roma, la prima richiesta che ci fu fatta fu: “Dite al sindaco Veltroni che noi vogliamo raccontare cosa sta succedendo nel nostro paese: poi parliamo dei bagni, poi parliamo delle coperte.” La prima necessità delle persone che erano scappate dalla propria terra era quello di adoperarsi affinché questa parte del mondo prendesse consapevolezza di tragedie e ingiustizie che avvngono nel silenzio generale.
Anche questo dunque significa la presenza di rifugiati a Roma: ci troviamo di fronte a persone che vanno protette e accompagnate, ma anche ascoltate in quanto testimoni dei profondissimi squilibri della nostra umanità. Queste testimonianze rischierebbero di essere perse se non ci fosse qualcuno che ce le fa conoscere.
Mi piace concludere con una nota positiva: domenica prossima si terranno le elezioni dei nostri consiglieri aggiunti in consiglio comunale. Con questo governo speriamo di arrivare a un diritto di elettorato pieno, però sicuramente già questa è un’esperienza importante. Avete visto Roma piena manifesti elettorali in tante lingue diverse: questo è un modo concreto per far sentire la presenza di queste comunità e speriamo che costituisca un altro passo avanti nel dare rappresentanza a chi si trova a condividere la vita della nostra città e del nostro paese. Grazie e auguri.






